Dallo shutdown americano un campanello d’allarme per i conservatori digitali?

Mentre siti istituzionali, portali open data e servizi statistici sospendono gli aggiornamenti a causa del mancato accordo sulla legge finanziaria, alcuni esperti si chiedono se non ci sia stata troppa superficialità sulla tutela e la preservazione delle proprie risorse professionali

Lo shutdown e la paralisi dei siti e servizi on line

Lo shutdown statunitense è scoccato ufficialmente alla mezzanotte del primo ottobre. Da quel momento in avanti, a causa della mancata approvazione della manovra finanziaria, sono state di fatto interrotte tutte le attività governative considerate come non essenziali, categoria tra le quali rientra l’aggiornamento di diversi siti e servizi on line. Di questo vero e proprio blackout hanno dato notizia diverse testate di settore, ma anche di taglio generalista, a testimonianza della crescente popolarità delle attività istituzionali on line anche oltre le cerchie degli addetti ai lavori. Rimanendo alla stampa più specializzata, si segnalano di seguito due articoli del sito Fierce Government.

Il primo, pubblicato il 2 ottobre, ha fatto il punto sullo stato dell’arte dei vari siti governativi, tratteggiando una situazione piuttosto disomogenea tra le varie realtà. In alcuni casi, si legge nell’articolo, le pagine web sono ancora oggi costantemente aggiornate; altrove invece si assiste a blocchi parziali, quali ad esempio la mancanza di moderazione negli spazi riservati ai commenti dei lettori; e in ulteriori situazioni infine, appositi messaggi rendono conto della totale interruzione delle attività editoriali e di servizio. Dalla notizia si apprende inoltre che non sono i soli siti delle amministrazioni pubbliche a risentire dello stallo: anche alcuni servizi gestiti da privati, ma dipendenti per l’aggiornamento da flussi di dati pubblici, sono stati costretti a interrompere o limitare seriamente le proprie attività.

Rimanendo in tema, Fierce Government è tornato sull’argomento il 3 ottobre, volgendo l’attenzione ai siti che forniscono informazioni statistiche e dati in formato open. Lunga in questo caso la lista delle "serrate”, da quella particolarmente rumorosa del portale nazionale Data.gov, all’intera gamma dei servizi on line forniti dal Census Bureau. Come se non bastasse, è di fatto interrotto l’aggiornamento via web di altri dati fondamentali per gli operatori e gli analisti di mercato. Tra questi, i report on line sulle nuove costruzioni residenziali e le loro vendite, il bollettino mensile del Bureau of Labor Statistics, e l’aggiornamento quotidiano sull’andamento dei prezzi dei prodotti alimentari, normalmente fornito dal Dipartimento dell’Agricoltura. In conclusione dell’articolo si precisa però che alcuni siti gestiti da associazioni o privati in grado di accedere alle fonti statistiche ufficiali continuano a fornire dati e informazioni con regolarità, sopperendo almeno in parte agli effetti dello shutdown. Su tutti, la testata cita il servizio Quandl, che indicizza e rende disponibili dataset da circa 400 fonti, tra le quali poco più una ventina di agenzie federali, compresi Data.gov, il Census Bureau, il Dipartimento dell’Agricoltura e la NASA.

Come se tutto ciò non bastasse, occorre registrare che anche le istituzioni culturali hanno subito un drastico ridimensionamento delle proprie attività, on e off line, a causa di una paralisi che da politica si sta facendo economica, sociale e appunto culturale. L’elenco di musei, biblioteche e altri soggetti del settore che hanno chiuso i battenti in attesa di una soluzione, o hanno comunque ridotto al minimo il proprio raggio d’azione, è davvero lungo e in costante crescita. Molto scalpore, specie per chi si occupa di conservazione, ha fatto una nota pubblicata il primo ottobre dalla Library Of Congress, con la quale si annunciavano non solo la chiusura degli edifici e l’annullamento di tutti gli eventi pubblici, ma anche la sospensione temporanea di tutti i servizi on line, fatta eccezione per le banche dati legislative Thomas.gov e Congress.gov. A questo primo annuncio, nei giorni seguenti ha fatto seguito per fortuna un parziale dietrofront, con la riapertura di tutti i siti tematici gestiti dalla biblioteca nazionale statunitense. Resta però che anche presso questa storica istituzione le attività editoriali e gli aggiornamenti informativi sono di fatto congelati, come si può ben constatare ad esempio sul blog tematico The Signal, normalmente aggiornato con cadenza quotidiana, e da alcuni giorni malinconicamente fermo al 30 settembre per quanto riguarda la data dell’ultimo post pubblicato.

Le conseguenze dello shutdown per chi si occupa di conservazione digitale

Per avere comunque una panoramica completa e in costante aggiornamento di cosa sia al momento spento o in parziale stand by nell’universo web che fa capo alle istituzioni culturali statunitensi, si può fare riferimento ad un interessante post di Simon Tanner, professionista inglese che si occupa dell’utilizzo dei canali e delle risorse digitali da parte di musei, biblioteche, archivi e altri enti impegnati nel campo della conservazione e della tutela culturale. Quello di Tanner è un vero e proprio racconto in tempo reale, per giunta a più voci grazie all’aggiunta di commenti e notizie da parte di altri lettori, su quello che fin dal titolo viene definito un vero e proprio “shutdown culturale”.

Tra i commenti postati sul suo blog, uno di Barbara Sierman, esperta di conservazione digitale impiegata presso la National Library of the Netherlands, ha successivamente portato ad una riflessione di notevole interesse per chi si occupa della disciplina. La riflessione è stata pubblicata sul blog della stessa Sierman e prende spunto proprio dalla temporanea chiusura di The Signal, riferimento mondiale imprescindibile per la comunità professionale cui appartiene l’esperta. Nel suo post quest’ultima si chiede se paradossalmente questa comunità non abbia finito per trascurare, magari per eccesso di confidenza, il problema di come preservare il grande bagaglio di saperi e conoscenze pratiche costruito e condiviso on line negli ultimi anni. Non ci sono solo i problemi legati all’obsolescenza dei formati e dei software, ammonisce la Sierman, ma anche una fragilità di fondo della rete che eventi come lo shutdown statunitense dimostrano in tutta la sua drammaticità. Ed è in fondo strano, sostiene, che chi da anni è in prima linea per sensibilizzare gli altri sull’importanza della conservazione digitale, abbia forse pensato, ingannandosi, che quella fragilità potesse non appartenere ai siti e alle risorse on line di proprio diretto riferimento e appartenenza.

“Abbiamo sempre detto – scrive nella sua riflessione – che la conservazione digitale è un’attività internazionale, e di fatto noi agiamo come se collaborassimo a livello internazionale su vari aspetti della disciplina. Talvolta un’organizzazione dà il via a iniziative davvero lodevoli, e a tutti noi piace poterne riutilizzare i risultati sui siti delle varie associazioni e istituzioni di riferimento (…), tra cui ad esempio la Library of Congress. Ma ecco che a causa dello shutdown le risorse di questa istituzione non sono più disponibili on line, e sebbene poi la biblioteca abbia ripristinato il proprio patrimonio di siti e servizi on line, resta che molti altri sono tuttora irraggiungibili, a partire da Data.gov. Questo per dire che anche la comunità professionale della conservazione digitale è stata colpita dallo shutdown statunitense, e non solo perché non potremmo per ora avere meeting periodici con chi si occupa dell’argomento presso la Library of Congress.

Viene quindi da chiedersi se per caso noi conservatori digitali non siamo stati naïve. Non si tratta del primo shutdown governativo negli Stati Uniti. Ce ne sono stati anche nel 1995, nel 1996 e ancora prima, ma a quei tempi il web aveva molta influenza in meno sul nostro lavoro quotidiano, e certamente non ne eravamo dipendenti come lo siamo oggi (…). Ma ripeto, forse siamo stati un pò naïve, pensando che le nostre risorse sarebbero state sempre a portata di mano, anche se il nostro lavoro si basa proprio sulla considerazione che ciò che è on line non resterà sempre a portata di mano. Noi proviamo a conservare quello che viene prodotto in digitale, ma non abbiamo un piano di salvataggio per quelle informazioni che sono assolutamente necessarie al proseguimento del nostro lavoro (…) né disponiamo di una panoramica di insieme di tutti quegli strumenti che costituiscono di fatto la nostra cassetta degli attrezzi: standard, registri, software, pubblicazioni, ecc. Stiamo parlando di elementi di solito accessibili da un unico punto di riferimento on line, e per questo motivo molto in pericolo, così come ben sappiamo da una delle regole elementari che applichiamo quotidianamente per la preservazione delle collezioni digitali. Se poi non bastasse, occorre riconoscere che quanto accaduto in America può accadere ovunque.

Partendo da queste considerazioni, io suggerirei di creare innanzitutto un inventario di tutti i nostri strumenti e risorse, degli elementi vitali senza i quali non potremmo lavorare, e quindi mi sincererei quanto prima che questi elementi possano essere disponibili d’ora in avanti su più siti e pagine web, piuttosto che da un unico punto di accesso (…). Si tratta di un’operazione che richiede grande capacità di collaborazione, ma abbiamo già le infrastrutture per farlo. Adesso tocca usarle, cercando di pensare allo shutdown come ad un utile campanello d’allarme per capire che siamo ancora in tempo e in fondo non è ancora troppo tardi”.

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