Manoscritti, l’unica salvezza è nel digitale

Facendo riferimento a diversi progetti realizzati in prima persona, il monaco benedettino Columba Stewart sostiene che solo la tecnologia e la digitalizzazione possono preservare la memoria e i saperi custoditi negli antichi documenti scritti a mano, attualmente custoditi in aree del mondo caratterizzate da una forte e imprevedibile instabilità

Foto tratta dal profilo Flickr di Muffet, rilasciata con licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)Nell’articolo, pubblicato sul sito della testata statunitense Star Tribune, Columba Stewart fa riferimento ai recenti fatti di distruzione che hanno colpito città che custodivano importanti patrimoni culturali come Timubktu, in Mali, dove ha sede di una delle più importanti biblioteche del mondo muslmano), e la siriana Aleppo, a sua volta città rifugio nell’antichità di popolazioni ebree e cristiane e della loro produzione documentaria e storica.

A essere particolarmente minacciati in situazioni e conflitti del genere, si legge nelle sue riflessioni, sono i manoscritti, “perché a differenza dei libri stampati ognuno di essi è un esemplare unico e non sostituibile. Una volta andato perso, non c’è modo di recuperare il suo contenuto”. Per questo, citando diverse esperienze condotte anche in prima persona che hanno portato a microfilmare e digitalizzare i contenuti di questi documenti, Stewart invita a intensificare gli sforzi in tal senso, anche in considerazione della sempre maggiore instabilità che caratterizza alcune aree del pianeta.

“Quando avviamo un progetto in Siria anni fa – scrive in proposito – il Paese appariva stabile. Nelle ultime settimane però, due chiese di Homs presso le quali avevamo lavorato sono state oggetto di attacchi e una di queste è andata largamente distrutta. Gli uffici di una cattedrale di Aleppo, dove avevamo lavorato per digitalizzare i contenuti della biblioteca, sono stati saccheggiati, e l’arcivescovo è dovuto fuggire in Libano. La questione è che semplicemente non sappiamo dove ci sarà la prossima scintilla di un conflitto etnico.

L’ultimo Ray Bradbury – conclude l’autore – avevamo immaginato un mondo distopico nel quale tutti i libri erano andati distrutti nel timore che potessero invogliare le persone a sviluppare un proprio pensiero autonomo. Bradbury aveva intitolato il suo romando "Fahrenheit 451," la temperatura alla quale la carta comincia a bruciare. È soprendente quanto poco ci voglia per scatenare un fuoco di questo tipo”.

Leggi l’articolo sul sito dello Star Tribune

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pubblicato il 2012/09/27 23:26:54 GMT+2 ultima modifica 2012-09-28T01:26:00+02:00

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