Introduzione

Da decenni le istituzioni culturali palestinesi denunciano il saccheggio, la distruzione e la dispersione del proprio patrimonio culturale da parte dello Stato di Israele. La situazione sarebbe inoltre peggiorata drasticamente dopo gli eventi del 7 ottobre 2023. Per far fonte a tutto ciò, in Cisgiordania è stato rilanciato con forza un progetto avviato nel 2018, finalizzato alla creazione di un archivio digitale della memoria palestinese. Uno strumento che, anche in caso di ulteriore escalation del conflitto, non possa essere confiscato, né cancellato.
Il progetto ha il cuore operativo presso la sede del Museo Palestinese di Birzeit, e di recente l’edizione americana di Wired gli ha dedicato un articolo. Il protagonista principale del racconto è Amer Shomali, visual artist e direttore generale del museo, che parte proprio dall’escalation in atto per descrivere l’iniziativa. Stando alle sue parole, circa l'80% delle collezioni nazionali palestinesi è stato saccheggiato, distrutto o rimane al momento sotto il controllo israeliano. A testimonianza della gravità della situazione, Shomali afferma che dopo gli attentati del 2023, nel giro di una sola settimana, Israele avrebbe bombardato due gallerie d'arte, sette musei, i due principali archivi di Gaza e centinaia di siti archeologici. “La battaglia per cancellare la cultura e la memoria palestinesi — chiosa Shomali — non è certo qualcosa di teorico”.
Anche diversi rapporti pubblici confermano indirettamente questo quadro. Un censimento dell'Unesco pubblicato lo scorso marzo ha documentato danni di diversa gravità a 164 siti culturali della Striscia di Gaza, tra edifici storici, luoghi di culto, musei e siti archeologici. Un'indagine dell'Applied Research Institute-Jerusalem (ARIJ) stima inoltre che almeno 2.400 siti archeologici della Cisgiordania siano stati sottratti al controllo palestinese.
Secondo il reportage di Wired, le cose potrebbero peggiorare ulteriormente. Una proposta di legge appena presentata in Israele persegue ad esempio l’esplicito obiettivo di trasferire la gestione dei siti archeologici presenti nei territori occupati al Ministero del Patrimonio israeliano. I rappresentanti delle istituzioni palestinesi, e con essi molte associazioni israeliane per i diritti umani, parlano di una misura che porterebbe a un’annessione di fatto dei siti culturali palestinesi.
È alla luce di questo contesto che il museo di Berzit ha deciso di proseguire con maggiore impulso il progetto per la realizzazione del Palestinian Museum Digital Archive. Come già anticipato, tutto ha preso avvio nel 2018, quando il museo ha cominciato a progettare la costruzione di un archivio “impossibile da saccheggiare”. Per farlo, è stata creata una piattaforma online. Contestualmente, è partito un paziente lavoro “porta a porta”, durante il quale a migliaia di famiglie della Cisgiordania è stato chiesto il permesso di digitalizzare fotografie, lettere e documenti conservati in casa.
Mese dopo mese, questa intuizione è cresciuta, arrivando a configurarsi come uno dei più importanti progetti di conservazione digitale dell'intera regione. Lo testimoniano gli oltre 500.000 documenti già digitalizzati e riversati nell’archivio digitale, che per giunta è open source. Tra questi, fotografie, documenti d'identità, diari, mappe, filmati e lettere. Un ritratto corale, sfaccettato, e molto probabilmente destinato altrimenti all’oblio, della storia di un intero popolo.
Wired spiega che alla realizzazione dell’archivio lavorano tre professionisti del museo, incaricati a tempo pieno di digitalizzare i contenuti e gestire i metadati, affiancati da una rete sempre più ampia di volontari. Il progetto è sostenuto da donazioni della diaspora palestinese e da altre realtà, tra cui l'Università della California e la Gerda Henkel Foundation. “Le attività in corso — si legge nella news — comprendono la catalogazione, le traduzioni e la revisione linguistica. E il museo sta inoltre sperimentando un sistema automatizzato capace di leggere l'arabo ottomano, per facilitare la trascrizione dei documenti storici”.
Shomali sottolinea la particolarità di un progetto che sta permettendo di riappropriarsi della propria memoria “dal basso, perché non si tratta di un archivio di Stato”, e ne evidenzia il duplice obiettivo: da un lato preservarla, e dall’altro renderla il più possibile accessibile, fruibile e riutilizzabile.
Sul fronte della salvaguardia, l’artista spiega che il sito dell’archivio continua a subire ripetuti attacchi informatici. Per ovviare a ciò, e allo scenario peggiore che potrebbe portare alla distruzione dello stesso museo, sono stati realizzati diversi backup dell’archivio digitale, ed è già stata disposta la conservazione in diversi Paesi. “L'iniziativa — si legge su Wired — riflette una tendenza più ampia: comunità esposte a conflitti e minacce utilizzano sempre più la tecnologia non soltanto per conservare la propria cultura, ma anche per creare archivi resilienti e distribuiti, in grado di sopravvivere alla guerra, agli sfollamenti e alla distruzione fisica”.
Passando all'accessibilità, Shomali racconta un'ulteriore particolarità del progetto. Tra le iniziative messe in campo, è stato creato un kit che permette di selezionare parte dei contenuti dell’archivio per realizzare delle “mostre in scatola, sul modello Ikea”.“ Chiunque — spiega — può scaricare i materiali espositivi, stamparli e allestire una mostra sulla Palestina in qualsiasi parte del mondo, indipendentemente dalle risorse economiche disponibili. L'iniziativa ha già dato vita a oltre 260 mostre, dal Giappone a San Francisco, ed è stata tradotta in cinque lingue”.
Sempre in questa ottica rientra il riuso dei materiali da parte di artisti e curatori internazionali. Nel maggio 2026, l'artista Leyya Mona Tawil ha utilizzato le collezioni dell’archivio per realizzare a San Francisco l’esibizione “My Name is Palestine: Echoes from The Palestinian Museum's Music Online Exhibition”. E in Spagna, il curatore Pablo Llorca ha dato vita a qualcosa di simile per allestire a Madrid, “To Tell My Story”, mostra che, a partire dall’autunno 2025, ha già fatto tappa in altre 15 città spagnole.
“Esperienze come queste — conclude Shomali — dimostrano che la digitalizzazione non consiste soltanto nel creare un'immagine digitale. Significa anche preservare in sicurezza materiali storici estremamente fragili per le generazioni future. Disporre di un archivio digitale è un modo per proteggere la nostra memoria”.
Ultimo aggiornamento: 14-07-2026, 09:25
