Introduzione

Con un recente annuncio, Sony ha reso noto che dal 2028 i giochi per le console PlayStation saranno distribuiti esclusivamente in formato digitale. Chi acquisterà i titoli riceverà un link per il download online, ottenendo di fatto una licenza d’uso, mentre verrà meno la possibilità di possedere i dischi fisici, come avvenuto finora. L’annuncio è stato descritto come la certificazione di un vero e proprio cambiamento epocale, e ha fatto molto discutere, tra le altre cose anche per le conseguenze che ne deriveranno per la conservazione digitale dei videogame nel lungo termine.
Molti analisti, e prima di loro la stessa Sony, hanno chiarito che questa decisione è tutt’altro che un fulmine a ciel sereno. Piuttosto, certifica un’evoluzione del mercato, e delle abitudini di consumo, che già da tempo ha spostato significativamente l’ago della bilancia verso la fruizione delle licenze digitali, rispetto al possesso dei dischi e altri supporti fisici. Nel 2025 Sony ha dichiarato che il 78% dei videogiochi pubblicati per le PlayStation è stato venduto in formato digitale. E tutti gli altri operatori del settore fanno registrare andamenti analoghi.
Il cambiamento va inoltre inquadrato all’interno di uno scenario ben più ampio che, in tutti gli altri ambiti legati alla produzione, distribuzione e fruizione di media e contenuti, si caratterizza per dinamiche assolutamente analoghe. Basta considerare il peso che piattaforme come Netflix e Spotify hanno assunto nella vita quotidiana di miliardi di persone, per averne un’evidenza oggettiva e incontrovertibile.
Tuttavia, c’è chi fa notare che questo paradigma, per quanto sicuramente indotto anche da un radicale cambiamento delle abitudini di consumo, nasce innanzitutto dalla volontà dei produttori di contenuti. Eliminare i supporti fisici permette di ridurre considerevolmente i costi di produzione e, soprattutto, di avere molto più controllo sulle opere: vendere una licenza d'uso temporanea significa poterla revocare in qualsiasi momento, o modificarne le condizioni nel tempo, a tutto scapito dei consumatori. "La decisione di Sony — ha commentato il giornalista statunitense Luke Plunkett, le cui parole sono state riprese da Il Post — conduce verso un futuro in cui siamo tutti affittuari della cultura, perennemente impegnati a noleggiare prodotti da un manipolo di aziende e mai proprietari di qualcosa."
Come anticipato in apertura, anche il mondo della conservazione digitale sarà profondamente influenzato da questa evoluzione del mercato. Tra gli articoli che anche le testate italiane hanno dedicato alla vicenda, un approfondimento a firma di Federico Parravicini pubblicato su Agenda Digitale inquadra questo aspetto con particolare precisione. “Quando cambia il modo in cui acquistiamo un videogioco — scrive l’esperto in apertura — cambiano anche il concetto di proprietà, il rapporto con il collezionismo, il mercato dell’usato e perfino la conservazione della memoria videoludica”.
“Il dibattito su un videogioco in formato fisico o digitale — prosegue Parravicini in un passaggio successivo — viene spesso ricondotto a una questione di preferenze personali. C’è chi ama collezionare le custodie e chi, invece, preferisce avere tutta la propria libreria a portata di download. Eppure esiste un tema che va ben oltre il gusto individuale: la preservazione del patrimonio videoludico.
Un videogioco non è soltanto un prodotto commerciale. È anche un’opera culturale, il risultato del lavoro di centinaia di sviluppatori, artisti, musicisti e sceneggiatori. Come accade per un film, un libro o un album musicale, anche i videogiochi raccontano un’epoca, testimoniano l’evoluzione della tecnologia e contribuiscono alla costruzione dell’immaginario collettivo di intere generazioni. La loro conservazione, quindi, non interessa soltanto i collezionisti, ma riguarda la memoria culturale del medium.
Il supporto fisico, pur con tutti i suoi limiti, ha sempre rappresentato una forma di tutela. Finché esistevano una copia del gioco e l’hardware necessario per leggerla, era possibile continuare a giocare indipendentemente dalle decisioni del produttore. Il digitale, invece, lega sempre più l’accesso ai contenuti all’esistenza di infrastrutture online, store proprietari e accordi di licenza che possono cambiare nel tempo.
Le conseguenze sono già oggi visibili. Secondo la Video Game History Foundation, circa l’87% dei videogiochi classici pubblicati negli Stati Uniti non è più disponibile attraverso canali commerciali ufficiali. In molti casi non è possibile acquistarli legalmente, non perché siano privi di valore storico o culturale, ma semplicemente perché la loro distribuzione è terminata e non esistono più copie digitali accessibili al pubblico. Questo significa che una parte consistente della storia del videogioco rischia di sopravvivere soltanto grazie al collezionismo privato, alle istituzioni che si occupano di conservazione e, spesso, all’emulazione.
Paradossalmente, la stessa evoluzione tecnologica rende questo problema sempre più complesso. Molti videogiochi contemporanei richiedono connessioni permanenti ai server, aggiornamenti obbligatori o contenuti scaricabili indispensabili al funzionamento dell’esperienza. Persino alcuni supporti fisici distribuiti negli ultimi anni non contengono più il gioco completo, ma soltanto una parte dei dati necessaria ad avviare il download del resto del contenuto. In questi casi il disco continua a esistere, ma perde progressivamente la propria autonomia.
Il rischio non è soltanto che in futuro sarà più difficile acquistare un videogioco in formato fisico. È che la conservazione stessa delle opere diventi sempre più dipendente dalle strategie commerciali dei produttori. Se uno store digitale viene chiuso, una licenza scade o un contenuto viene ritirato dal catalogo, il videogioco potrebbe semplicemente cessare di essere accessibile ai nuovi utenti, indipendentemente dal suo valore storico.
Naturalmente — precisa e conclude l’esperto riguardo a questo specifico aspetto — il digitale offre anche nuove opportunità di conservazione, grazie ai backup distribuiti, ai servizi cloud e agli archivi online. Sarebbe quindi scorretto dipingerlo come il nemico della preservazione. Il punto è un altro: oggi la sopravvivenza di un videogioco dipende sempre meno dal fatto che qualcuno ne possieda una copia e sempre più dalla volontà di un’azienda di mantenerne attiva la distribuzione. È un cambio di paradigma profondo, che sposta il controllo della memoria videoludica dai giocatori alle piattaforme”.
Da tutto ciò deriva una crescita di importanza delle strategie di archiviazione, migrazione e documentazione capaci di garantire l'accesso nel tempo ai videogiochi e agli altri media digitali, anche in caso di obsolescenza tecnologica. La sfida della conservazione digitale avrà sempre più a che fare anche con la capacità di anticipare come i mercati trasformano gli ecosistemi digitali, e trovare soluzioni che permettano di fare fronte ai conseguenti rischi di perdita dei contenuti.
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Ultimo aggiornamento: 28-07-2026, 15:03
