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Introduzione

pannelli di vetro - foto di Noah Wilke via Pexels

Per il futuro dello storage scatta l’ora di una nuova “killer application”. Dopo il DNA, più volte citato dai media per raccontare studi che ne prefiguravano capacità di immagazzinamento straordinarie e quasi illimitate, è ora il momento del vetro. Anche in questo caso tutto nasce da un progetto di ricerca. Il suo nome è Silica, ed è Microsoft, attraverso i propri laboratori di ricerca e sviluppo, ad averne testato le qualità, con risultati che appaiono estremamente incoraggianti per l’archiviazione a lunghissimo termine dei dati digitali.

Su Nature, la rivista scelta per la pubblicazione dello studio, si apprende che il progetto rappresenta una nuova tappa di un percorso avviato già nel 2019, con i primi tentativi di memorizzare dati su piccole lastre di vetro. Allora come oggi, la scelta di questo materiale nasce dalle sue peculiari qualità fisiche e tecniche che, a differenza dei supporti magnetici o organici, lo rendono sostanzialmente indifferente a degrado e usura. E di conseguenza, potenzialmente molto interessante per garantire una conservazione destinata a durare nel tempo.

La differenza rispetto al 2019 è che stavolta i dati sono stati incisi nel vetro tramite impulsi laser ultrarapidi, capaci di modificare la struttura del materiale a livello microscopico e creare una griglia tridimensionale eccezionalmente stabile. Una struttura resistente ai fenomeni ambientali — calore, umidità, magnetismo — che nel tempo compromettono le memorie informatiche tradizionali.

Alla luce di queste novità, i risultati fanno segnare un vero salto di scala rispetto alle precedenti sperimentazioni. La capacità di immagazzinamento dichiarata arriva fino a 4,8 terabyte su supporti di dimensioni estremamente contenute: circa sessanta volte in più di quanto ottenuto nei test passati.

Un ulteriore passo avanti riguarda l’utilizzo del vetro borosilicato, che — come si legge nell’abstract dello studio — “offre un supporto a costi inferiori e una minore complessità di scrittura e lettura”. Le proprietà di questo materiale avrebbero inoltre effetti positivi sulla durata dei dati, con previsioni che superano i 10.000 anni. Un ordine di grandezza che nessun supporto attualmente in commercio è neanche lontanamente in grado di avvicinare.

Secondo quanto riportato da un articolo di Login, rubrica di tecnologia, innovazione e scienza del Corriere della Sera, il vero obiettivo di Microsoft non andrebbe però individuato nella capacità di conservazione — né la velocità di accesso — quanto nella possibilità di archiviare i dati riducendo drasticamente i consumi energetici.

Una volta scritti — si legge nell’articolo — i dati possono essere archiviati senza alimentazione elettrica, riducendo in modo significativo i costi di mantenimento rispetto ai data center tradizionali destinati alla conservazione a lungo termine. Le applicazioni più probabili riguardano archivi scientifici, istituzionali e culturali, cioè insiemi di dati che devono rimanere leggibili per secoli. Una prospettiva di grande valore strategico, in un contesto in cui il dispendio energetico rappresenta una delle criticità più rilevanti a livello globale”.

Leggi l’articolo su Login


Ultimo aggiornamento: 24-02-2026, 16:42