Introduzione

Con un’operazione durata circa dieci mesi, l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è riuscita a mettere in salvo milioni di documenti che permettono di ricostruire la storia del popolo palestinese: dalla Nakba del 1948, quando circa 750 mila persone furono costrette ad abbandonare le proprie terre dopo la nascita dello Stato di Israele, ai decenni successivi. Del patrimonio archivistico fanno parte schede originali dei rifugiati registrati dopo il 1948, certificati di nascita, matrimonio e morte, testimonianze personali e molti altri documenti a serio rischio di distruzione.
Il salvataggio dei documenti è avvenuto attraverso l’organizzazione di azioni congiunte a Gaza e Gerusalemme Est. Di recente, il Guardian lo ha ricostruito dettagliatamente, con un articolo successivamente ripreso da diverse testate italiane. Il materiale era conservato presso gli uffici dell’Unrwa e, nonostante fossero già iniziati alcuni interventi di digitalizzazione, allo scoppio della guerra era ancora in gran parte disponibile solo in formato cartaceo. I funzionari dell’agenzia sono riusciti a trasportare i documenti usando diversi espedienti e affrontando rischi considerevoli.
“I primi giorni dell’offensiva israeliana sono stati decisivi — si legge su Repubblica — dopo l’ordine di evacuazione degli uffici di Gaza City, il personale internazionale dell’Unrwa ha lasciato la Striscia senza poter portare con sé gli archivi. Contemporaneamente, un’ondata di attacchi informatici minacciava i database digitali. Nonostante le bombe e i combattimenti, un piccolo gruppo di funzionari Unrwa è tornato negli uffici con dei camion presi a noleggio, recuperando i documenti e trasferendoli verso Rafah, al confine con l’Egitto. Tuttavia, Il Cairo aveva posto una condizione: per far uscire l’archivio serviva il consenso israeliano.
Un passaggio considerato troppo rischioso. Il timore era che l’incartamento venisse sequestrato o bloccato, come già accaduto in passato durante l’invasione del Libano del 1982. La soluzione, quindi, è stata rimanere nel segreto.
Funzionari con passaporti stranieri hanno trasportato fuori da Gaza migliaia di documenti nascondendoli tra effetti personali e buste anonime. ‘Se fermati, dicevano che era semplice carta’ racconta un dirigente al quotidiano inglese. Per mesi, i materiali sono stati trasferiti in Egitto e poi caricati su aerei militari giordani diretti ad Amman. L’ultima spedizione è partita poche settimane prima dell’offensiva israeliana su Rafah, cominciata il maggio 2024, che avrebbe definitivamente chiuso ogni via di uscita”.
Ad Amman, in Giordania, oltre 50 persone stanno ora lavorando alla digitalizzazione dell’intero archivio nel minor tempo possibile. Anche in questo caso, come è possibile apprendere da un articolo di Rivista Studio,le attività non sono prive di rischi, a cominciare dai continui attacchi hacker contro i server sui quali sta avvenendo il versamento dei documenti digitali.
“Con 30 milioni di documenti già scansionati, il progetto punta a restituire a ogni profugo il proprio albero genealogico e a mappare con precisione i sentieri dell’esodo palestinese. Questo archivio non servirà solo a costruire la futura ricerca accademica, ma diventerà uno strumento fondamentale per qualsiasi soluzione politica si proverà ad adottare nel futuro in Palestina.
Questi archivi — si legge in un altro passaggio — sono (infatti ndr) le uniche prove legali capaci di attestare il legame di un popolo senza Stato con la propria terra d’origine. In un conflitto dove anche l’identità è un campo di battaglia e la sistematica cancellazione della memoria storica un’arma, la scomparsa di questi documenti avrebbe significato la cancellazione definitiva di milioni di esistenze, passate, presenti e future”.
Leggi la storia del salvataggio sul Guardian
Ultimo aggiornamento: 18-05-2026, 10:48
