La nostra storia digitale è in pericolo

Le recenti turbolenze di Twitter hanno dato spunto a Brewster Kahle, fondatore e direttore di Internet Archive, per la scrittura di un appello sull’importanza fondamentale della conservazione digitale come irrinunciabile interesse pubblico

L’articolo di Brewster Kahle è stato pubblicato inizialmente su Time e quindi riproposto sul blog di Internet Archive. Di seguito la sua traduzione integrale:

“Con l’ingresso di Twitter nell’era Musk, molte persone stanno abbandonando la piattaforma, o rivedendo il suo ruolo nelle proprie esistenze. Che decidano di spostarsi su social concorrenti come Mastodon (come fatto dal sottoscritto), o di continuare a rimanere su Twitter, l’instabilità conseguente a questo cambiamento di proprietà ha portato alla luca una più sotterranea instabilità del nostro ecosistema di informazione digitale. 

Molti hanno potuto constatare che, nel momento in cui qualcuno cancella il proprio account Twitter, il suo profilo, i suoi tweet e anche i suoi messaggi diretti scompaiono di conseguenza. Stando al MIT Technology Review, ad oggi circa un milione di persone ha abbandonato la piattaforma, e con esse è scomparsa anche tutta l’informazione che hanno prodotto e condiviso negli anni. L’esodo di massa da Twitter, e la conseguente perdita informativa, oltre a preoccupare di per sé, mostrano qualcosa di fondamentale riguardo alla costruzione del nostro sistema di informazione digitale: contenuti che fino a un certo punto erano accessibili a chiunque - che quasi sembrava ci appartenessero - possono svanire in un momento. 

Perdere l’accesso ad informazioni di importanza privata è sicuramente preoccupante, ma la situazione lo diventa ancora di più se prendiamo in considerazione il ruolo che i media digitali svolgono nel nostro mondo. I governi effettuano pronunciamenti ufficiali online. I politici fanno campagna online. Gli scrittori e gli artisti vi trovano il pubblico cui mostrare le proprie opere e un posto in cui far sentire la propria voce. I movimenti di protesta acquisiscono seguiti e consenso. E, senza dubbio, Twitter è stata la piattaforma primaria di comunicazione per un particolare Presidente degli Stati Uniti.

Se Twitter dovesse fallire interamente, tutta questa informazione potrebbe svanire in un istante. Stiamo parlando di una parte consistente della nostra storia. Non dovremmo provare a conservarla?


Lavoro su questi temi, e costruisco soluzioni per risolverne alcune, da molto tempo. Sono questi i motivi che, oltre 25 anni fa, mi hanno spinto a fondare Internet Archive. Forse avete avuto modo di leggere della nostra“Wayback Machine,” un servizio gratuito che chiunque può usare per archiviare pagine web dalla metà degli anni Novanta ai giorni nostri. Questo archivio del web è stato costruito in collaborazione con oltre mille biblioteche di tutto il mondo, e oggi custodisce centinaia di trilioni di pagine web archiviate, compresi quei tweet presidenziali (e molti altri). In aggiunta abbiamo conservato artefatti culturali in formato digitale delle più svariate tipologie: libri, notiziari televisivi, documenti governativi, collezioni delle prime registrazioni sonore e dei primi film, e molto altro.

La grandezza e gli scopi di Internet Archive possono sembrare qualcosa di unico, ma stiamo semplicemente facendo il lavoro che le biblioteche e gli archivi svolgono da sempre: conservare e rendere accessibili la conoscenza e i patrimoni culturali. Per migliaia di anni, le biblioteche e gli archivi hanno fornito questo fondamentale servizio pubblico. Ho lanciato Internet Archive perché fortemente convinto del fatto che questo lavoro dovesse essere proseguito anche in versione digitale, nell’era digitale. 

Anche se abbiamo collezionato molti successi, non è stato facile. Come le etichette discografiche, molti editori non avevano idea di cosa fare di Internet all’inizio, ma adesso intravedono nuove opportunità di profitto. Anche le piattaforme tendono a privilegiare i propri interessi commerciali. Ma non mi fraintendete: editori e piattaforme continuano a svolgere un ruolo  fondamentale nel portare il lavoro dei creatori sul mercato, e talvolta offrono anche aiuto alla causa della conservazione. Ma le imprese chiudono, o vengono acquisite da nuovi proprietari, e il loro interessi commerciali possono entrare in contrasto con le esigenze di conservazione e altre questioni di interesse pubblico. 

Storicamente, le biblioteche e gli archivi hanno colmato queste lacune. Ma nel mondo digitale la legge e la tecnologia complicano sempre di più il loro lavoro. Ad esempio, mentre una biblioteca può continuare semplicemente a comprare un libro fisico allo scopo di custodirlo nei propri scaffali, molto editori e piattaforme stanno provando a impedire che le biblioteche possano conservare le informazioni digitali. Sono anche in grado di adottare misure legali e tecnologiche affinché non possano farlo. Mentre noi siamo fortemente convinti del fatto che i principi del fair use consentono alle biblioteche di assolvere alla propria missione di conservazione e concessione del prestito negli ambienti digitali, alcuni editori non sono d’accordo, arrivando a punto di citare in giudizio le biblioteche allo scopo di vietare comportamenti di questo tipo.

Noi non dovremmo accettare tutto ciò. Le società libere hanno bisogno di poter accedere alla propria memoria, senza che questa sia alterata dal interessi politici ed economici che tendono a cambiare nel tempo. Questo è il ruolo che le biblioteche hanno svolto da sempre e che devono continuare a poter assolvere. E con questo torniamo a Twitter.

Nel 2010, Twitter ebbe la fondamentale visione di avviare una partnership con la Library of Congress per conservare i vecchi tweet. All’epoca, la Library of Congress aveva ricevuto il compito, da parte del Congresso, di “creare una infrastruttura nazionale di informazione digitale e un programma di conservazione”. Si aveva la sensazione che il governo e il settore privato stessero collaborando in cerca di una soluzione per il problema della conservazione digitale, e che Twitter fosse alla guida di questa visione.  

Poco tempo dopo però, il giocattolo si ruppe. Nel 2011, la Library of Congress pubblicò un report nel quale si sottolineava il bisogno di “cambiamenti legali e di regole che riconoscessero l’importante interesse pubblico dell’accesso a lungo termine ai contenuti digitali”, così come l’evidenza che “molte biblioteche ed archivi non sono in grado di sostenere, con i loro finanziamenti attuali, le necessarie infrastrutture di conservazione digitale”. A ciò però non fece seguito alcun cambiamento legale o di regole, e già prima del report del 2011, il Congresso ridusse di decine di milioni di dollari il budget destinato al programma di conservazione”. Date queste circostanze, è forse poco sorprendente che, a partire dal 2017, la Library of Congress abbia smesso di conservare i vecchi tweet e che il National Digital Information Infrastructure and Preservation Program (NDIIPP) non sia più un programma attivo della Library of Congress. In aggiunta, non è chiaro se la nuova proprietà di Twitter voglia realizzare attività in autonomia per risolvere la situazione. 

Che Musk si muova in tal senso o meno, la conservazione del nostro patrimonio culturale digitale non dovrebbe dipendere dalla beneficenza di una singola persona. Dobbiamo accrescere il potere delle biblioteche, facendo in modo che possano godere degli stessi diritti da sempre acquisiti per i beni digitali, anche quando hanno a che fare con i contenuti digitali. Si tratti di conservare i tweet o prestare i libri digitali, o magari anche di qualcosa particolarmente stuzzicante (per me!) come il prestito interbibliotecario del 21esimo secolo, ciò che conta davvero è dotarci di una strategia nazionale per rimuovere gli ostacoli legali e tecnologici che ci impediscono di arrivare a questo obiettivo”.

Leggi l’articolo in lingua originale sul blog di Internet Archive

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